CONVERSAZIONI D’ARTE: Incontro con Roberto Lacarbonara di Maria Vinella

CONVERSAZIONI D’ARTE:  Incontro con Roberto Lacarbonara di Maria Vinella
 Incontro con Roberto Lacarbonara, curatore e giornalista
di Maria Vinella


Roberto Lacarbonara, giornalista e curatore di arte contemporanea, è Direttore artistico del museo CRAC Puglia - Centro Ricerca Arte Contemporanea di Taranto e dell’Archivio Storico Nazionale del Progetto d’Artista. Young curator per la Fondazione Museo Pino Pascali, è docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Lecce. Tra i recenti progetti curatoriali: “L’altra città” con Achille Bonito Oliva (Casa circondariale “Magli”, Taranto 2017); “Dialoghi. Bonalumi/Castellani/Fontana/Manzoni/Pascali” (Fondazione Pino Pascali, Polignano a Mare 2015); “Coexistence. For a new Adriatic Koiné” (Tirana - Pyramid Pavillon (Albania), Cetinje – National Art Gallery (Montenegro), Rijeka – Muzej Moderne I Suvremene (Croatia), Venezia - Magazzino del Sale (Italia); “Alberto Burri. Una squisita indifferenza” (Castello Angioino, Mola di Bari 2012); Premio Pino Pascali “Nathalje Djurberg & Hans Berg” (Fondazione Pino Pascali, Polignano a Mare, 2012); “Jan Saudek. Teneri Barbari” (Roma, Istituto di Cultura Ceca 2011). Tra le numerose monografie e saggi su artisti contemporanei ha pubblicato: “Super. Pino Pascali e il sogno americano” (Skira 2017), “Pino Spagnulo” (Gangemi, 2016), “L’altra città” (Gangemi, 2016), Luciana Galli Fotografie (Skira, 2016), “Estetica so¬ciale e relazionale” (Edizioni Fidia, 2015), “Oltre l’identità. Etica ed estetica del postumane¬simo” (Alpes, 2010). Collabora con editori nazionali quali SKIRA, SKY Arte, Gangemi, Rubbettino, Silvana, Alpes. Ha operato come curatore scientifico della piattaforma multimediale tranfrontaliera “ArtVISION - IPA Adriatic Cross-Border Cooperation Programme” in collaborazione con Apulia Film Commision e Sky Arte. È redattore della rivista nazionale Espoarte.
 
 
Roberto Lacarbonara, come inizia il suo lavoro?
La mia attività è sempre stata orientata alla ricerca e alla scrittura. Ho iniziato a occuparmi di critica teatrale e di arti visive in ambito giornalistico, operando a Roma già dai tempi dell’università. Poi i primi saggi, i testi critici e le monografie, soprattutto di carattere estetico. Ritengo determinante l’incontro con Alberto Abruzzese, le sue lezioni, il suo orientamento verso i cultural studies, la sua preziosa prefazione al mio primo libro Oltre l’Identità (2010).

Come critico d’arte, quali sono le attività professionali svolte sinora e con quali motivazioni le ha svolte?
La critica è una conseguenza naturale della militanza. E viceversa. Ho sempre creduto al carattere ideologico della critica ma anche al momento dialettico, alla partecipazione, alla frequentazione assidua degli studi. Prima di curare una mostra ci ho messo dieci anni, forse di più. È dalla scrittura e dal pensiero che può nascere una tesi, un libro, una mostra: sono tutte forme per affermare un’idea, una possibilità di definizione del reale.
Ti ho risposto solo sulle motivazioni però!
 
 
La prima mostra curata? Quella che ha dato maggior soddisfazione?
La mia prima mostra è stata in collaborazione con Valerio Dehò, al Museo Archeologico Nazionale di Taranto, nel 2006. Servì solo a farmi capire che la cosa mi divertiva. Poi sono arrivati i progetti più “miei”, quelli di carattere narrativo, “drama-specific” come amo definirli. La pensée du dehors (2010), Si ignorano i motivi del gesto (2011), Espiare (2013), Mythologies (2017). Sono progetti in cui costruisco, con gli artisti, una trama partecipata, immersiva, una drammatizzazione dello spazio espositivo. Questa cosa mi interessa molto. Per me è un campo di prova delle teorie estetiche e sociali più radicali.
 
Invece, l’ultima mostra curata?
Ho chiuso un 2017 molto impegnativo. La collettiva Mythologies a Palazzo Palmieri di Monopoli, lo scorso autunno nell’ambito del PhEST2017, ha visto la presenza di 18 artisti con installazioni ambientali, da Goldsmith& Chiari a Favelli, Caravaggio, Arena, Presicce, Guido… Lì abbiamo lavorato sulle tesi di Roland Barthes, a 60 anni dalla stesura dell’omonimo libro; è stata un’occasione importante per ridefinire il carattere simbolico, spirituale e antropologico dell’Occidente, a partire da una nuova definizione del mito, elemento di una narrazione lontana ma persistente.
Poi c’è stata la personale di Endri Dani a Milano, a The Open Box: un artista albanese talentuosissimo, reduce da un’esperienza residenziale con il Centre Pompidou.
Anche ad Exchiesetta, a Polignano a Mare, abbiamo chiuso un anno espositivo di grande rilievo nazionale e internazionale, prima con Adeline de Moinsegnat, poi con Fabio Dartizio e con Marco Strappato. Ma nel 2017 abbiamo partorito soprattutto il CRAC, a Taranto.
 
L’esperienza del CRAC sembra essere fuori dal comune, almeno qui in Puglia…
Il Centro Ricerca Arte Contemporanea di Taranto è un piccolo scrigno, in effetti. La grande capitale jonica ha perso negli anni la sua capacità di progettare a lungo termine, di pianificare una visione del futuro con gli strumenti della cultura, della storia, dell’archeologia e anche con i saperi del contemporaneo.
Non è un caso che questo progetto coinvolga in prima persona Giulio de Mitri e la Fondazione Rocco Spani ONLUS da lui presieduta da oltre 30 anni. Giulio è artista e uomo dotato di cultura e generosità vertiginose. Più volte ha lavorato per supportare la sua città, Taranto, con eventi e iniziative culturali. Il nostro incontro, da cui la nascita di questo Centro in città vecchia, è servito a intraprendere un percorso che definirei scientifico e spirituale. CRAC infatti colleziona progetti d’artista, studi preparatori, schizzi, cartelle, materiali del lavoro quotidiano di un artista. Avere progetti, serbare progetti, archiviarli, è un compito delicato e paterno, è come prendersi cura di piccole idee colte sul punto di trasformazione e crescita. È ciò che Giulio fa da anni con i ragazzi della Fondazione, solo che questa volta riguarda tutti, la città, l’arte, la storia.
 
Cosa pensa dell’arte contemporanea oggi in Italia?
Penso che manchino tanti, troppi elementi perché il sistema si regga in piedi. Manca un mercato, soprattutto a sud. Manca una finanza pubblica che incentivi il collezionismo o quanto meno non lo ostacoli. Vi è una pericolosissima curva delle politiche culturali verso la spettacolarizzazione dei numeri, cosa che troppo spesso non coincide con la qualità dell’offerta e con i tempi di gestazione della ricerca.
Mi piace molto la nascita di numerosi spazi indipendenti, né musei né gallerie: sono il sintomo di un vitalismo sotterraneo molto simile a quello degli anni ‘60/’70. E mi piace che la mia regione sia capofila nell’offerta culturale del Mezzogiorno. Sebbene il turismo che offriamo sia ancora troppo carente di progetti strutturali.
L’aspetto più positivo è senz’altro rappresentato dalla presenza di artisti davvero straordinari, capaci di orientare il pensiero e i linguaggi del contemporaneo. La critica invece è quasi morta. Un soliloquio qualunquista e accomodante. Un comune mea culpa, ovviamente.
 
 
Premi? Residenze d’artista?
Non partecipo ai contest, forse è un mio difetto. Anni fa l’associazione culturale Entropie, che dirigevo, ha vinto il Premio Ellisse come primo soggetto culturale privato in Puglia. Quest’anno Exchiesetta ha vinto un riconoscimento importante, non certo per merito mio, ovvero Best Project 2017 Archilovers. Insomma, preferisco vedere lo sviluppo e la crescita dei progetti. Trovo che molto spesso ci sia un’impostazione da talent show negli eventi, a me piuttosto piace scrivere un libro. Di residenze invece ne ho curate tantissime, però non si chiamavano così. Sono giorni di ospitalità, di progetti curatoriali, di sopralluoghi estenuanti, di nottate trascorse in conversazioni.
 
Collaborazioni con altri critici o curatori?
Molte. Lo considero vitale ed è un aspetto determinante di questo lavoro. Mi fa piacere citare il lavoro di Luca Arnaudo e Gaspare Luigi Marcone, un critico ed uno storico dell’arte con cui il confronto è continuo. Ritengo inoltre centrale, non solo per me, il ruolo della Fondazione Pino Pascali e il lavoro compiuto negli anni da Rosalba Branà: una riserva dell’immaginario per tutti noi.
 
Progetti per il futuro?
In questi giorni è in uscita una pubblicazione edita da Skira dal titolo: Super. Pino Pascali e il sogno americano. A cinquant’anni dalla scomparsa dell’artista, il ritrovamento e restauro di una banconota da lui illustrata mi ha permesso di riannodare la vicenda dei rapporti culturali e sociali tra Usa ed Europa, negli anni del dopoguerra e nell’attualità. Si tratti di un progetto che è nato dalla volontà di un collezionista, Francesco Paolo Sisto, e di un artista ed amico, Giuseppe Teofilo, che ha curato il restauro e ha innescato questa ricerca.
Il CRAC invece prepara la sua prossima mostra con un autore di rilievo mondiale, Guido Strazza, sempre nel solco della nostra indagine su disegno e progettazione. Dopo le grandi antologiche in Galleria Nazionale e quella in corso a Ca’ d’Oro, per noi è un immenso privilegio. Sarà a marzo. E poi ci sono percorsi e impegni più in là nel tempo…si vedrà!