FRAGILITA’ COME FORZA. a colloquio con Roberto Gramiccia, di Vittorio Bonanni

FRAGILITA’ COME FORZA.  a colloquio con Roberto Gramiccia, di Vittorio Bonanni
Leggendo Elogio della fragilità, l’ultimo libro di Roberto Gramiccia (Mimesis, € 12,00), le persone dotate di senso della realtà (e non affette da superomismo) si trovano a proprio agio. Tutti, infatti, chi più chi meno, siamo consapevoli delle nostre debolezze, anche se spesso facciamo di tutto per nasconderle. La novità di questo libro è che ti riconcilia con la fragilità e ti dà la voglia di esibirla sfacciatamente, invece di nasconderla. Anzi arriva addirittura a dimostrare, dopo un viaggio di 130 pagine che si leggono tutte di un fiato, che la fragilità, come il thauma di Aristotele, è alla base di ogni impresa. Per così dire è alla base della storia. Che cosa fu, infatti, se non la consapevolezza della propria fragilità, a spingere l’homo sapiens a trasformare la caducità in potenza trasformatrice ed evolutiva?
 
Che cosa ti ha spinto a scegliere questo titolo che sembra contraddittorio all’apparenza. Come si può elogiare quella che comunemente è ritenuta un’imperfezione?
Effettivamente il titolo ha bisogno di una spiegazione. Normalmente, infatti, la fragilità è considerata un difetto, un limite. Perché allora elogiare una condizione che ci rende inferiori rispetto agli altri? La risposta risiede nel tentativo che opera il libro di rovesciare i termini della questione, sostenendo che non esiste manifestazione di forza che non prenda le mosse da una fragilità. Una fragilità  che tutti ci riguarda ontologicamente. Tutti, indistintamente: coloro che lo sanno e coloro che non ne sono consapevoli.
Del resto, come tu ricordavi: tutto deriva dal thauma, cioè dallo sgomento, cioè dall’angoscia della morte. Tutto, a partire dalla stessa filosofia. E quindi, se tutto procede dall’angoscia, è naturale che la fragilità, o meglio la consapevolezza di essa, sia alla base di ogni impresa piccola o grande. Lo sia su un piano individuale ma anche su un piano collettivo.
 
Sappiamo del tuo attraversare territori diversi: dalla medicina, all’arte, alla politica. Questo tuo lavoro è un saggio o un libro autobiografico? 
Non è né un saggio in senso stretto, né un libro autobiografico in senso proprio. Anche se lo sforzo è quello di trarre, in modo rizomatico, ammaestramenti da esperienze personali non solo di studio ma anche pratiche, quotidiane, vissute sulla carne. Esperienze che si incrociano con acquisizioni teoriche ma anche con pratiche politiche ed esperienze estetiche, relative cioè all’arte che è uno dei grandi protagonisti di questo libro.
Qualcuno ha definito quest’opera l’ ”autobiografia di una generazione”. E questo è vero. L’esperienza del ’68-’69 e degli anni Settanta, per esempio, ne costituisce una parte importante. Come pure la pratica clinica quotidiana e l’amicizia con gli artisti, tanto spesso frequentati, ascoltati e curati. Un osservatorio, quest’ultimo, che mi ha regalato la possibilità di poter avere un “punto di vista” particolare sull’arte. Un prisma, come minimo inusuale. Ma a questo punto vorrei tranquillizzare chi ascolta. Nonostante le ambizioni, il libro scorre veloce, intriso com’è di pezzi di vita la cui narrazione restituisce, spero, in modo stimolante anche pezzi della nostra storia recente, cercando di aprire una prospettiva di senso unitaria.
 
 
Parlaci dei rapporti fra fragilità e arte
Si tratta di una relazione fondativa. Se è vero, infatti che la filosofia discende dall’angoscia dell’uomo di fronte allo sgomento dell’esistere e del morire, è altrettanto vero che l’arte condivide questa origine. Che cos’è l’arte, se non il tentativo di oltrepassare il limite, verso l’infinito, verso l’eterno? Contro l’idea stessa che ogni cosa nella vita sia solo congiuntura, solo cronaca imbragata dai legacci del  presente. L’artista non può non essere sensibile per definizione e, quindi, per definizione fragile. È proprio questa sua condizione di precarietà che lo predispone al miracolo della creazione. Tutto ciò che inquina questa relazione maieutica, come l’attuale iperdominio del pensiero unico neoliberale, mette in crisi l’arte. In questo senso Elogio della fragilità riprende e sviluppa le tematiche che avevo già affrontato in Slot Art Machine e in Arte e potere.
 
Che cosa c’entra la medicina?
La medicina c’entra perché fare il medico è il mio mestiere. Un mestiere insieme fantastico e durissimo. Che della frequentazione della fragilità fa una regola aurea. L’esperienza pluridecennale del portare cura mi fornisce i materiali, proprio i mattoni per costruire quell’edificio di senso dentro il quale trovano alloggio le mie convinzioni, non dico le mie “certezze” ma per lo meno le mie “probabilità”.
 
E la politica?
La politica, come l’arte, è centrale. Un po’ perché ciascuno di noi è un animale politico (zoon politikon). E poi perché la lotta politica ha rappresentato una parte importante della mia vita. Passando la quale, giunto a un’età nella quale iniziano a farsi i consuntivi, ho capito due cose. La prima è che oltre alle ragioni ontologiche della fragilità, quelle che ci rendono tutti vulnerabili in quanto nati, in quanto esseri viventi, esistono poi le ragioni sociali che ci rendono deboli. Queste si possono rimuovere solo partendo dalla presa d’atto dell’ingiustizia che le produce. In altre parole, ancora una volta, la consapevolezza della fragilità degli ultimi, degli sfruttati, dei maltrattati del mondo è alla base di ogni rivolta, di ogni rivoluzione. L’umana compagnia consociata dei fragili, per parafrasare un campione di genio e di fragilità come Leopardi, è l’unica speranza di salvezza.
 
Per finire dicci a chi è rivolto soprattutto questo libro
Il libro è rivolto a tutti perché tutti, in quanto umani, siamo fragili. Ma, in particolare, è rivolto a chi è disponibile a prendere atto che la percezione della propria fragilità sia un dato non di debolezza ma di forza. Solo a partire da questa consapevolezza si dà, infatti, l’ipotesi di una resistenza possibile di fronte alla rivoluzione passiva di cui siamo vittime.

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