03/05/2018  al 18/05/2018

Nicola Rotiroti “GHOST SONATA. Omaggio a Paolo Aita”

A cura di: Roberto Gramiccia

Nicola Rotiroti “GHOST SONATA. Omaggio a Paolo Aita”
Ghost Sonata. Omaggio a Paolo Aita” raccoglie sette dipinti di dimensioni medio grandi che sostanziano l’inedito ciclo proposto da Nicola Rotiroti. I paesaggi interiori dell’artista esprimono una tensione poetica che affiora dal profondo, facendo della pittura, insieme, un fine ed un mezzo.
 
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GHOST SONATA. Omaggio a Paolo Aita
Testo di Roberto Gramiccia
 
Quando ho saputo come era nato il titolo di questa mostra non nego di essermi commosso. Quella conversazione con Paolo Aita che ci racconta oggi Nicola Rotiroti mi è parsa una premonizione sorprendente. Il gesto, poi, di scrivere su un pezzo di carta il titolo della prossima mostra dell’amico e di inserirlo dentro un barattolo subito richiuso, “a futura memoria”, mi pare una cosa d’altri tempi, carica di una forza poetica veramente rara. Dopo poche settimane Paolo Aita ci lascia improvvisamente, inspiegabilmente. Come capita non raramente nella vita che è anche morte. Quella vita che Carmelo Bene definiva genialmente antefatto del “morir della morte”.
Su quel pezzo di carta c’era scritto “Ghost sonata”. La volontà di Paolo non poteva non essere rispettata. E oggi dunque inauguriamo col suo titolo una mostra che lui purtroppo non ha potuto vedere ma sulla quale – sono convito – avrebbe scritto volentieri acutamente, come sapeva fare lui. Anzi a stendere queste note avverto una responsabilità doppia: la prima, di corrispondere all’altissima qualità delle sette grandi tecniche miste su tela esposte; la seconda, di essere all’altezza di un’intuizione che sfiora la preveggenza perché anticipa una svolta creativa nella produzione di Nicola Rotiroti.
“Ghost sonata” è il titolo di un dramma da camera del drammaturgo svedese August Strindberg (1907) ma è anche un album del gruppo di San Francisco, Tuxedomoon, pubblicato nel 1991. Viste le competenze di Paolo Aita e la sua sensibilità di letterato ma anche di musicologo non so a quali delle due opere lui si ispirasse quando gli è venuto in mente questo titolo. O forse a suggestionarlo sono state le parole, semplicemente le parole. Quello che è certo è che la “Suonata degli spettri” è il più efficace dei titoli possibili per la mostra che oggi inauguriamo.
Spectrum, dal latino, significa “visione” da specere che vuol dire “guardare”. E, letteralmente, quella che oggi l’autore ci propone è una nuova visione della sua pittura. Non poteva essere migliore la scelta di chiudere questo ciclo che abbiamo intitolato Pittori, pittori con una mostra che attraverso la pittura indaga la pittura. Quest’ultima, quando è autentica, è sempre e comunque una “questione di vita o di morte” e non una semplice, per quanto raffinata e complessa, disciplina.
Dico subito che l’impressione che si ha osservando l’insieme delle opere proposte oggi da Nicola Rotiroti è quella di un viaggio in cui la pittura è usata come un mezzo e insieme come un fine, un viaggio realizzato con una determinazione che Emilio Villa avrebbe definito “ulissica”, appunto definitiva, senza mezze misure, come capita a chi si gioca il tutto per tutto, mettendosi alle spalle il passato.
Di fronte a questa sfida in cui la pittura kantianamente non può che essere considerata, alla stregua dell’uomo, come un fine, fanno sorridere le ironie di coloro i quali la ritengono una cosa superata dalla tecnologia o, comunque, dall’insieme delle operazioni di marketing che oggi hanno trasformato l’arte in un’attività come le altre, destinata unicamente a spostare danaro e a favorire l’accumulazione.
L’angolo visuale (lo spectrum appunto) che ci viene svelato oggi è impressionante perché parla la lingua di sette paesaggi interiori partoriti da una forza creativa appassionata e quasi violenta che solo un’inquietudine profonda poteva evocare. Quell’inquietudine è il carburante dell’opera di questo autore. È una fragilità che dialetticamente si trasforma in forza, forza epica e metamorfica.
“Sono diventato una Rana. Quando sto fuori dall’acqua ho uno sguardo umido, vedo paesaggi bagnati, distinguo delle forme, percepisco il tempo attraverso un salto. Icolori sono accesi, acidi, se mi tocchi sono anche velenoso. Sulla schiena ho dei segni, dentro la schiena ho delle ossa. Quello
 
 
che vedo è il mio corpo abitato dalla storia di altri corpi. Tutto quello che mi circonda felicemente mi graffia e mi alimenta. Ora sono fermo. Ora salto. Ora respiro. Ora soffoco”.
Sono parole dell’autore che, dipingendo, si trasforma in altro da sé. Si compenetra con la vita degli altri, mescolando sofferenza ed eccitazione creativa, calma determinata ed angoscia della morte. Di questa miscela di opposti che qualcuno ha chiamato dialettica si alimenta la storia e l’arte che ne è parte costitutiva e motore. Nelle sette tele l’intrigo fittissimo delle linee e dei colori  non abbandona la figurazione ma, pur sempre, la stravolge. Produce suggestioni che riconducono la mente ai grafospasmi dell’Espressionismo astratto americano, all’Informale europeo, alla foga anarcoide del gruppo Gutai e, persino, a certe atmosfere postimpressionistiche. Ancora una volta: la riflessione della pittura sulla pittura.
Quello che colpisce è il prendere vita di un mondo pittorico nuovo nell’esperienza di questo artista felicemente visionario, che celebra il proprio mestiere mentre ci racconta la storia eterna di un uomo alla ricerca di un equilibrio fra la propria angoscia e le vicende di cui è protagonista. Costretto com’è a stare nel gorgo della storia. Perché solo in questo gorgo gli è dato di stare se vuole continuare ad essere pittore, pittore.
                                                                                                                                              

 

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