04/11/2015  al 18/11/2015

Giorgio Celon. Arte pubblica

A cura di: Simona Bartolena

Giorgio Celon. Arte pubblica Somma di tutti i colori dell’iride, il bianco riassume nel suo silenzio tutto il rumore degli altri colori: è luce pura, vibrante e intensa, è candido, ma mai debole. Anche quando “sporco” di altre cromie, il bianco è, a dispetto della sua apparente neutralità e staticità, un colore fortemente espressivo. Grande protagonista della storia della pittura, il bianco – che sia diviso nei frammenti dello spettro cromatico, come nella ricerca impressionista, o usato puro e assoluto, fino quasi alla sua negazione, come in tanta arte contemporanea – è un colore dalla carica espressiva straordinaria, potente e profondo che, trattenendo in sé tutti gli altri colori, sa mettere in evidenza il processo ideativo di un’opera, sublimarne il concetto, evidenziarne la complessità. Non è un caso che il bianco domini in tutte quelle ricerche incentrate sullo studio della percezione e di un’indagine rigorosa della forma e della struttura. E non è un caso che il bianco sia stato scelto da un artista come Giorgio Celon, che dipingendo paesaggi nega il senso stesso della pittura di paesaggio, trasformando una veduta urbana in una visione assoluta, persa in uno spazio tempo sospeso e intangibile eppure concreto e attuale.
La pittura di Celon sta proprio lì. In un bilico tra la figurazione e l’astrazione: iconograficamente figurativa e concettualmente astratta. La purezza delle linee geometriche e l’incastro matematico delle forme, disegnate su una griglia quadrettata spesso lasciata parzialmente in vista, a svelare il processo creativo, sembra voler portare il paesaggio ritratto alle sue origini rinascimentali: agli studi dei prospettici quattrocenteschi, al rigore di un Brunelleschi, di un Piero della Francesca o di un Alberti. Ma i luoghi sono i nostri, quelli che ci appartengono nelle nostre grigie e contemporaneissime città: Milano, su tutte… con i suoi palazzi, i suoi capannoni dismessi, il suo celebre stadio. Archeologia industriale? Certo, quello è il punto di partenza. Ma l’opera di Celon non tenta un’esegesi dei luoghi scomparsi, non vuole essere narrativa, né tanto meno a “interesse sociale”. L’umanità, anzi, è esclusa da questo universo; forse c’è passata, un tempo, o forse ci passerà in futuro o forse, più semplicemente, non esiste nel ricordo dell’artista che ha contemplato quegli spazi, catturandoli prima con l’obiettivo fotografico e poi con il suo tocco di pennello.
Quella di Celòn è una città lontana tanto dal Futurismo quanto dalla Metafisica, non è dinamica e caotica ma neppure straniante. A dispetto del silenzio che le avvolge, le sue vedute, infatti, non incutono timore, né desolazione, né inquietudine. Paiono disegnate nella luce, come fossero impronte del vero, immagini al negativo o in lenta dissoluzione (o apparizione?), quasi l’abbaglio che resta nel nostro occhio dopo aver guardato a lungo un paesaggio. Mi pare significativo, del resto, che l’artista parta dal mezzo fotografico. Certi lavori conservano il sapore, di un vecchio scatto, della luce che imprime l’immagine sulla carta fotosensibile, fanno pensare ai primi esperimenti di Fox Talbot o di Daguerre, anch’essi perduti in uno spazio-tempo senza confini, affascinanti nel loro indefinito.
Proveniente da ricerche di matrice informale, nelle quali il colore aveva comunque un ruolo sostanziale, Giorgio Celon ha trovato se stesso nel bianco. Quasi per caso, traducendo una veduta di Malta con una nuova tecnica sperimentale, destinata a diventare poi la sua cifra stilistica. Celon non costruisce: sottrae. Anche se il gesto è quello del pittore, che stende il colore a pennellate, e la materia è comunque materia pittorica, egli ragiona per sottrazione. Usa il fondo della tela come colore, lavora sulle infinite e impercettibili variabili di un bianco puro e assoluto per far emergere i suoi soggetti, riuscendo a rendere giochi prospettici e percettivi straordinari, componendo immagini assai complesse dietro a un’apparente, talvolta volutamente esibita, ingenuità. È bravo Celon, molto bravo, a non cadere nel tranello del virtuosismo, a far uso della sua tecnica personale e consumata senza farne l’unica protagonista. Le sue vedute esistono in quanto tali. Sono passate dall’occhio e dalla mano dell’artista ma hanno una ragione di essere solida ed evidente. Raccontano mondi privati che in un modo o nell’altro ci riguardano tutti. Ritraggono spazi che conosciamo, che ci sono ben famigliari, traducendoli in qualcosa di diverso, in immagini che rispettano il soggetto originario così come l’obiettivo fotografico lo ha colto, pur presentandocelo sotto un’altra veste, da un punto di vista più profondo e interessante. Svincolati dalla loro quotidianità quegli edifici tornano a essere strutture, costruzioni geometriche fatte di linee regolari e rigorose. Più vicino a Mondrian e a Malevic che a un pittore di paesaggio, Celon ruba l’anima alla città, cogliendo la logica che sottende ai suoi palazzi, raccontandone la presenza con una ben più significativa assenza. 

 

Luoghi

  • Quintocortile - Viale Bligny, 42 - 20136 Milano
             02 58102441     338. 800. 7617

    orario:mar, mer, ven 17.15-19.15, giovedì su appuntamento - ingresso libero

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