28/02/2015  al 28/03/2015

Carla Accardi “Accordi-Accardi”

A cura di: Laura Cherubini

Carla Accardi “Accordi-Accardi”
Questa mostra, rispetta il progetto originale di Carla Accardi e presenta opere realizzate appositamente per la Galleria Valentina Bonomo.
 Il titolo della mostra “Accordi/Accardi” nasce da una conversazione tra la gallerista Valentina Bonomo e l’assistente di Carla, Francesco Impellizzeri. La musicalità era sicuramente una delle caratteristiche che molti sentivano nelle opere di Carla che diceva: “Non ascolto mai la musica, perché la musica me la faccio da sola!(testo Laura Cherubini).
In mostra dodici lavori di medie e grandi dimensioni, che hanno come comune denominatore le particolari colorazioni, in cui è possibile scrutare l’intrecciarsi di accordi e variazioni. Molte delle opere esposte si presentano come un insieme di più elementi che si completano l’un l’altro.
Fra gli altri si distingue l’opera intitolata “Illusione”, in cui dodici elementi, ognuno dei quali caratterizzato da una tinta cromatica differente, creano eleganti ritmi e alternanze nel segno e nei tratti cromatici, inserendosi in una dimensione che taglia architettonicamente la parete, creando uno scambio oscillante tra l’opera stessa e lo spazio.
Queste opere di Accardi, pur mostrando un carattere di novità, mantengono una continuità con il lavoro precedente. In esse, infatti, si ritrova la tensione tra la vitalità del segno e la materia del supporto.
Accardi ha definito una sua calligrafia pittorica inconfondibile: l’automatismo segnico. Gli iniziali segni bianchi su fondi neri si colorano in seguito di tinte e forme diverse: questi resteranno il suo marchio inconfondibile. Lei li battezzò lavori “autorigenerativi”. Nel suo studio romano, punto d’incontro del mondo dell’arte e della cultura, in un ordine impeccabile che poco si addice allo studio di un artista, con la precisione di un'artigiana professionista, Carla Accardi dipingeva le sue tele, ferme nel tempo, nella tecnica, nelle forme di sempre.

LA MUSICA DI CARLA
di Laura Cherubini
 
Una catena di segni che si rincorrono in un’opera frazionabile, ma unica mentre il colore cambia per ogni elemento. Questa è una delle ultime tipologie su cui stava lavorando Carla Accardi con la vitale energia di sempre. Un’eredità di segni e colori che ha voluto lasciarci.
“Artista”, termine che resta uguale al maschile e al femminile: questo per Carla Accardi era importante. Pioniera in tutto, fonda con la critica Carla Lonzi, il gruppo “Rivolta Femminile”, poi qualcosa si rompe tra le due Carle: Lonzi pensa che bisogna abbandonare l’arte, dedicarsi solo alla battaglia femminista; Accardi invece vuole continuare a fare l’artista. Ha cominciato a dipingere giovanissima e non ha più smesso fino all’ultimo giorno. In tutto il suo percorso è sempre stata capace di radicale rinnovamento. Tanto che a guardare gli ultimi quadri senza conoscere l’autore si potrebbe dire che si tratta dell’opera di un pittore nuovissimo. E tuttavia un filo di grande coerenza attraversa tutta l’opera.
E’ il padre a portarla verso l’arte regalandole i libretti curati da Scheiwiller: Matisse, Picasso, Gauguin… questi gli artisti che Carla mi aveva citato, questi gli artisti che l’avevano colpita di più. Giovanissima, sempre con l’appoggio del padre, lascia la Sicilia dove era nata nel 1924 a Trapani (ma la luce abbagliante delle saline non abbandonerà il suo lavoro). Non doveva essere un passo facile per una giovane donna negli anni ’40, ma è con lei un altro giovane che diventerà suo marito e grande artista, Antonio Sanfilippo: da lui Carla avrà la figlia Antonella. Prima tappa è Firenze, ma l’aria che vi si respira è troppo antica per i due giovani innovatori. Accardi comunque trova il modo di mettere a profitto il soggiorno studiando l’Armadio degli Argenti, l’opera più astratta del Beato Angelico. Si spostano così a Roma (1946) dove con altri astrattisti (Ugo Attardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Achille Perilli e Giulio Turcato) fondano nel ‘47 il gruppo Forma, dichiarandosi “marxisti e formalisti”. Accardi è l’unica protagonista femminile del gruppo, attaccato da Renato Guttuso (“ho capito, adesso volete fare questi scarabocchi!”), ma sicuramente vincente, dal punto di vita artistico, sul realismo socialista di quest’ultimo.
Il ’53 è l’anno della crisi e della svolta radicale: Accardi si mette a dipingere a terra traendone energia e linfa vitale.  “Fu un momento in cui senza riflettere, mi sedetti su quel gradino e mi misi per terra perché io non volevo dipingere tradizionalmente, dunque non avevo mai comprato il cavalletto, la tavolozza… era come fare un segno sulla sabbia”. Così, da un gesto di azzeramento, nasce nel ’54 il suo inconfondibile segno. Ma tra il ’65 e il ’66 ancora una svolta: Accardi pensa a un ambiente abitabile, fatto di luce, colore e trasparenza. Realizza così la Piccola tenda con la complicità di un nuovo materiale: il sicofoil. Questa pittura praticabile si amplierà poi nella Triplice tenda. L’avventura nella trasparenza la porterà addirittura negli anni Settanta ad annullare il colore e a creare intrecci con il vuoto. La vita è simbolo: dimenticare, mettersi in salvo è il titolo emblematico di otto grandi vele di sicofoil del ’78 in cui il colore torna, ma respinto ai bordi, sul telaio. La dimensione esistenziale è presente sottotraccia, ma tutta risolta sul piano del linguaggio, biografia e simbologia sono comunque da dimenticare. La trasparenza proseguirà nelle opere che lasciano affiorare in superficie la tela grezza. La tela grezza è un campo neutro dove i segni si aggregano per attrazione magnetica. Sintomo diafano, continua ad affiorare via via nei lavori recenti come bordo o come sfondo. In quest’ultimo caso è usata in modo analogo al fondo nero o al sicofoil (materiale plastico trasparente). A volte è attraversata da un contrasto di luce e ombra. Altre volte è uno slittamento del segno, un’esitazione sul confine. Forma un interstizio, un sentiero vuoto intorno alle forme di cui costituisce un’ombra leggera, data per paradosso, attraverso la sottrazione del colore.
E poi la ceramica, i lavori tridimensionali fatti di perspex trasparente e colorato, le composizioni realizzate con più tele. Ma sempre, ogni opera dialoga con lo spazio, anche se si tratta di un dipinto, di un disegno. Di fronte ai quadri di Accardi siamo sempre all’interno di una tenda, piccola o triplice che sia.  Avventure sempre nuove che ne hanno fatto un’artista amatissima dagli altri artisti. Come ha ben detto Hans Ulrich Obrist: “Carla Accardi artista degli artisti”. Sempre davanti all’ultima opera come se fosse la prima.
Nella galleria di Valentina Bonomo vediamo alcune tra le ultime opere per la mostra che Carla stava preparando. Parlando del ritmo musicale di queste opere con la gallerista Valentina Bonomo, l’assistente di Carla Francesco Impellizzeri dice: “Sono gli accordi di Carla Accardi!”. Nasce così il titolo della mostra: Accordi Accardi. La musicalità era sicuramente una delle caratteristiche che molti sentivano nelle opere di Carla, per questo forse una delle domande che le veniva più spesso rivolta era: “Quale musica ascolta mentre lavora?”. Immancabilmente Carla rispondeva: “Non ascolto mai la musica, perché la musica me la faccio da sola!”. La musica è nell’opera, perché il quadro è una sinfonia, possiede l’interno ritmo di un segno che vive, respira e risuona.
I lavori dell’ultimo periodo sembrano tutti improntanti alla fuga dei segni da un elemento all’altro. Sono opere componibili dove il segno ritrova, in modo differente, quel rapporto con lo spazio che tanto felicemente ha portato Carla Accardi ai grandi lavori ambientali e praticabili. Due sono i fregi in cui i segni si rincorrono da uno scomparto all’altro mentre i colori cambiano. Si chiamano uno Orizzonte e l’altro Illusione, concetti spaziali che alludono alla nostra visione del mondo attraverso la lente dell’arte. Hanno tra loro una relazione positivo/negativo. Se in Orizzonte la tela grezza fa da sfondo e i segni sono colorati, qui, in Illusione, i fondi sono portatori di colori e i segni, per paradosso, si fanno nudi, fatti solo di tela. Questi lavori appartengono alla tipologia delle opere frazionabili dove il segno prosegue il suo percorso, mentre il colore cambia in ogni porzione spaziale. Pochi essenziali segni (due o tre per ogni scomparto) così si concatenano per inseguirsi potenzialmente all’infinito. La stessa idea di frantumazione era in un gruppo di quadri che furono presentati a Londra. Qui vediamo alcune opere simili a quella tipologia dove le opere erano formate da quattro elementi, ma in questo caso il numero 4 è illusivo, si tratta di dittici, in cui ogni elemento è suddiviso a sua volta in due parti. Le tele sono sezionate dal colore, che cambia dal rosso all’azzurro, dal bianco al nero. Sono varianti di un’idea che non vuole ripetersi, mai. Onda d’urto presenta un fondale di tela grezza, una forma ovoidale rossa al centro, come una grande organica ameba, e segni bianchi. Struttura simile ha Tempi indivisibili, che però è diversamente articolato in un dittico con la forma centrale bianca e i segni neri, dove Accardi sembra tornare al contrasto di bianco e nero (che lei aveva definito “più drammatico”). Ricordo che molte volte Carla mi aveva parlato dell’evoluzione nel suo lavoro non solo dei segni, ma dei fondi: “il cammino è sia nei segni che nei fondi” diceva (spesso le prove di questi mutamenti relazionali avvenivano sul terreno delle gouache). Queste opere con la forma organica centrale, che nascono da precedenti grandi lavori degli anni ’90 (realizzati ad esempio per la Banca d’Italia e per la Farnesina) portano il segno a svilupparsi su due diversi campi: il pieno del colore e il vuoto della tela grezza. A questi ultimi lavori presiede dunque un’idea di ripetizione differenziata all’infinito che ha la sua base nelle infinite potenzialità del segno, cardine del lavoro di Carla Accardi. Per questo una giusta chiave di lettura per l’opera di questa grandissima artista che continua a incantarci è nel breve film girato da Francesca Ravello e presentato al Festival del Cinema di Venezia: lì i segni si muovono, si rincorrono, si uniscono, si respingono… Perché il segno ha un’interna animazione, perché il segno è vita.
  
Laura Cherubini
Ringrazio gli assistenti di Carla, Francesco Impellizzeri e Magda Roveri, per i loro racconti e ricordi di studio.

 

Luoghi

  • Valentina Bonomo Roma - Via del portico d'ottavia, 13 - 00186 Roma
             +39 066832766    +39 0697603405

    MARTEDI' - SABATO h 15,00 - h 19,00

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